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martedì 31 luglio 2012

"OFF" sul fondo di un caffè



Sensuale, a piedi scalzi ballava sotto le stelle, tastando la sabbia sotto di lei con energia. Indossava una lunga gonna sottile di seta ed una canotta nera. Innamorata delle stelle che brillavano alte nel cielo, si muoveva lentamente  raccontando storie di se attraverso le movenze del suo corpo. Altre persone le ballavano intorno e lei sorridente sembrava alzarsi sopra tutti, isolandosi dal resto del mondo. Non era come gli altri. Non lo sarebbe mai stata.
Le  sue gambe lunghe e drittte sembrava che parlassero, descrivendo il mondo sconosciuto e mai visto da tanti e quella musica che usciva fuori dai diffusori distribuiva energia sottoforma di follia intensa.
Corpi sudati si sfioravano, si toccavano, si scambiavan di posto, mischiandosi, amalgamandosi, così come il dj faceva con la musica che passava sotto le sue mani. Un enorme festa illuminata da proiettori colorati che arricchivano l’atmosfera trasformandola in un grande falò fatto di gente che sorrideva brilla di vita.
Non c’era nessun uomo o donna con l’interruttore spento. Ognuno aveva il suo cursore sulla scritta “ON”.
Lei era viva più che mai e senza sosta, con la sua vivace esibizione, continuava a restituire alla notte tutto ciò che poteva, per contraccambiare  ciò che la vita le aveva donato durante i suoi 23 anni nel mondo.
Aveva gli occhi che le brillavano, che non riuscivano a non destare attenzioni altrui.
Lunghi capelli castani sembravano accarezzarle la schiena passando prima per la nuca, poi x il collo e subito dopo per le spalle. Come una rampicante la percorrevano da dietro fino a giungere a metà strada tra il capo ed il fondoschiena. Poi con le mani li riunì insieme e li legò in una coda mentre cercava di svincolarsi dalla folla. Lontana da occhi e zanne di uomini che cercavano di prenderla per le cosce invece che per la mano.
Raggiunse il bar, sedette su uno sgabello e cacciò dalla borsa un pacchetto di sigarette dal quale ne sfilò una. La mise tra le labbra, sporcandola con il suo rossetto color amarena e la accese.
Un secondo o due e poi espirò.
Il fumo usciva caldo dalla sua bocca mentre lei osservava barman acrobatici che agitavano vodka e succhi esotici per poi servirli in bicchieri di vetro con ghiaccio.
Poi si rialzò e raggiunse la riva.
Lontana dalla musica e vicina al rumore del mare che spianava la sabbia ogni qual volta che le sue piccole onde toccavan terra, disegnando curve spumose al suolo.
Nel frattempo in pista c’era qualcuno che esagerava e che esaltato da sensazioni artificiali sconfinava la porta di una dimensione surreale che poco aveva a che vedere con la mera gioia.
L’acqua del mare le sfiorò i piedi pregandola di rimanere li, di non andarsene, mentre lei sorda risaliva verso il fulcro dell’allegria. Al centro del caos. Al centro del mondo.
Un uomo le passò di fianco e le prese una mano. Subito dopo la rilasciò e viscidamente scomparve tra la folla, come un diavolo al cospetto di Dio.
 E lei…..
Lei di cui nessuno quella notte sapeva il nome. Lei che aveva sempre ballato. Lei che aveva sempre sognato. Lei a cui luccicavano gli occhi di vita. Lei che non si sarebbe mai fermata. Lei che era in grado di far vibrare chi le era vicino. Lei che era figlia di una madre e un padre che l’hanno sfamata con il loro amore. Lei che era così ambiziosa. Lei che aveva voglia di crescere, di laurearsi, di far carriera, di viaggiare, di sposarsi, di avere dei figli e crescerli per poi da anziana giocare con i figli dei suoi figli.
Lei… portò alla bocca la sua mano destra. La stessa che aveva ricevuto un dono da quella mano senza volto che pocanzi le era passata vicino. Schiuse leggermente le labbra e poggiò quella piccola pillola sulla lingua.
La gente non si accorse di nulla.
Poi la inghiottì.
Continuò a ballare ancora un po, sensuale e meravigliosa come era
 Finchè gli occhi non persero la loro lucentezza, continuò a volteggiare sul mondo.
 Finchè il suo sorriso non si spense ed il suo corpo non precipitò per terra come una goccia caduta dal cielo, come un petalo che si stacca da una rosa che appassisce.
La magia svanì come se non fosse mai esistita quella notte, come se fosse stata messa a tacere da una maledizione più grande.
Si ritrovò stesa per terra. Con gli occhi sbarrati.
Sembrava un angelo anche mentre dormiva.
Ma quell’angelo non riprese a volare, rimase per terra tra i piedi di persone che la fissavano sbigottiti e impauriti e che non sapevano cosa fare.
La musica si spense e dalla strada vicino alla spiaggia, in lontananza si sentiva una sirena arrivare con le sue luci lampeggianti.
L’ambulanza arrivò ma purtroppo non c’era più niente da fare.
Lei si era addormentata ed al mattino non ci sarebbe stato nessun caffè a darle il buongiorno. Soltanto una tazzina vuota sul cui fondo compariva la scritta “OFF”.

sabato 28 luglio 2012

UN MONDO CHE NON SENTO MIO

Quella notte il caldo era davvero asfissiante, non facevo altro che girarmi e rigirarmi in quel letto che avrei tanto desiderato potesse diventare refrigerante. Nonostante l'afa, il sudore e qualche zanzara dura ad arrendersi lentamente le mie palpebre si chiusero scortandomi in un sonno profondo.
Mi ritrovai catapultato così in un mondo simile ma diverso.
Un mondo in cui ero io stesso architetto, artefice di tutto ciò che i miei occhi riuscivano a vedere.
Un mondo che non so bene se fosse stato migliore ma che era sicuramente mio.
Anche li c'erano uomini e donne che conducevano le proprie vite tra continui impegni affettivi, lavorativi e di relazioni.
Anche li c'erano politici, puttane di alta borghesia, attori del cinema, presentatori televisivi, veline e animatori turistici.
Anche li c'erano avvocati, ingegnieri, economisti e ciarlatani di ogni specie.
C'erano persino multinazionali enormi nel settore dell'informatica e fast food incredibilmente popolati da gente che consumava panini in pochi minuti per poi riprendere la corsa contro il tempo del quotidiano vivere. Il mio infondo non era un mondo tanto diverso dal reale.
Un enorme circo rotondo che girava intorno al sole vedendo alternarsi le quattro stagioni ogni anno. Agli angoli delle strade c'erano enormi cabine doccia che dispensavano democrazia sotto forma di soffice schiuma bianca che abbracciava le teste del popolo come una mamma.
D'altro canto da un sindaco come Gaber c'era da aspettarselo. La moneta di scambio non era ne l'euro ne il dollaro e nemmeno la sterlina. Nel mio mondo non esistevano ladri, scippatori o banche. Il caffè al bar costava un "SORRISO" ed una cena completa, comprensiva di un primo piatto, un secondo, frutta e dolce nel ristorante più "in" veniva soltanto dieci "SORRISI".
L'unica povertà che esisteva era quella morale. I poveri erano coloro che non riuscivano ad essere felici, che non riuscivano a sorridere. I ricchi della realtà erano i veri poveracci. Straccioni che brancolavano nel buio della notte e che elemosinavano felicità altrui seduti per terra con un cappello capovolto sul marciapiede.
Quella notte decisi di non svegliarmi più. Decisi di continuare a dormire per la vita. Poi d'improvviso il sole cominciò a scaldarmi la pelle. Il sole era nuovamente alto in cielo e lentamente mi accorsi di essere nuovamente sveglio in quel mondo che non sentivo mio.

giovedì 26 luglio 2012

QUALCOSA DA RICORDARE

Ricordai all'improvviso di aver dimenticato qualcosa ma non sapendo cosa continuai a pensarci su. Pensavo e ripensavo a cosa potessi aver dimenticato ma non ci fù nulla da fare.
Scesi di casa, comprai il giornale e seduto al bar mentre sorseggiavo il mio caffè lessi un articolo il cui titolo citava:
"GIOVANE RAGAZZO FORTUNATO MUORE SUICIDA DOPO AVER VINTO IL SUPERENALOTTO".
Da non credere. Forse a volte è proprio vero, i soldi non fanno la felicità.
Nel frattempo ad un tavolino, dalla parte opposta del bar rispetto a dove sedevo io, c'era una ragazza che scriveva qualcosa, immersa dinanzi allo schermo del suo pc.
Capelli corti e ossigenati, un nasino piccino, labbra strette e carnose, grandi occhi castani appena truccati ed un tatuaggio sul braccio sinistro raffigurante due fiori.
Era li da un po e non si accorse che la osservavo.
Aveva uno sguardo molto solare e anche se le labbra eran ferme, gli occhi sorridevano al loro posto. Ebbi tutto d'un tratto la sensazione di aver già visto quel volto ma non ricordavo quando.
Forse mi sbagliavo solamente.
Continuava a pigiare i tasti del pc. Chissà che stava scrivendo o chissà con chi lo stava facendo. Magari chattava su facebook.
Oppure, magari era una scrittrice e stava scrivendo il romanzo della sua vita, intessendo con lettere, emozioni e sensazioni la trama di ciò che forse avrebbe voluto diventasse un nuovo best seller.
Anche se da lontano, riuscii a notare le sue mani, sulle quali mi fermai a lungo.
Dita lunghe e sottili erano attaccate al resto delle mani sfiorando quei tasti, accarezzandoli delicatamente e allo stesso tempo frettolose, imprimevano frasi che non mi era permesso leggere su quel foglio elettronico.
La scrutai da lontano ancora un po.
Poi, il caffè nella mia tazzina finì e lei proprio in quel momento staccò lo sguardo dal monitor, incrociando le mie pupille.
I nostri sguardi si incontrarono, si parlarono, si presentarono, si conobbero.
Tutto in un paio di secondi che sembrarono minuti.
D'improvviso mi tornò a mente qualcosa. Qualcosa che avevo dimenticato. Qualcosa che forse anche quel giovane di cui parlava il giornale aveva dimenticato l'aspetto, nascondendosi da un mondo che gli aveva donato fortuna e soldi ma niente che lo abbia potuto rendere felice.
Avevo dimenticato a lungo una cosa che non avrei mai dovuto dimenticare.
Fu il suo sguardo a ricordarmelo mentre era fisso sul mio.
Mi ero appena ricordato che avevo bisogno di amare.