Si è verificato un errore nel gadget

domenica 17 aprile 2011

'O CAFÈ



'o cafè...napulè: è un immagine di mia creazione e sta indicare l'unione tra  abitudini,
cultura e tradizione presenti nella città di Napoli



Per un buon napoletano, dovunque si vada e dovunque lo si assaggi, il miglior caffè resta sempre quello della propria tradizione.

Napoli ed il caffè vivono in simbiosi.

Il napoletano D.O.C. non riesce a fare a meno di una o più tazze di caffè al giorno. Lo beve appena sveglio, al bar nella mattinata, dopo il pranzo, nel pomeriggio per riprendersi dalle ore di lavoro. È una pausa a cui nessuno rinuncia ed ogni occasione è sempra buona per offrirlo o esserlo offerto.

Tra l’altro, secondo la stessa tradizione napoletana, rifiutare un caffè offerto è sinonimo di scostumatezza e motivo di offesa.

‘A tazzulell ‘e cafè è la bevanda per eccellenza nel panorama folcloristico e tradizionale di questa splendida e affascinante città che ha il potere di rendere unico e piacevole anche un momento così semplice.



Il caffè ha un’origine antichissima, viene citato nella Bibbia, da Omero e da altre fonti che si riferiscono alla cultura araba. Inizialmente veniva consumata la bacca lungo i viaggi, che duravano intere settimane. Solo intorno al 1000 d. C. furono bolliti in acqua i chicchi di caffè e si produsse una bevanda nuova. L'Occidente scopre il Caffè tra il 1500 ed il 1600 grazie all’arrivo nei porti di Venezia e Marsiglia di navi con sacchi che contenevano i chicchi di caffè, allora la bevanda veniva chiamata “Vino Arabo”.

Inizialmente la Chiesa lo accusò di essere la " bevanda del diavolo ", finché Papa Clemente VIII decise di santificarne l'uso. Da allora il caffè si sparse dovunque, ed i consumatori divennero milioni sia in Europa che in America.

Nel 1600 però alcuni diffusero la voce che la bevanda fosse velenosa e chi la beveva nel giorno del Giudizio Universale sarebbe uscito dalla tomba nero come i fondi del caffè.


Involontariamente il re Gustavo III di Svezia provò al mondo che questa bevanda non aveva alcunché di velenoso. Il re, infatti, firmò una condanna a morte da eseguirsi mediante somministrazione di caffè. Si racconta che, nonostante le cospicue dosi, i due colpevoli vissero fino a più di 80 anni. E così la bevanda fu assolta.







A Napoli, fino a tutto il 700, il caffé non ebbe gran successo. Notizie su questa bevanda circolavano nella città partenopea dai primi del 600, grazie al viaggiatore romano Retro Della Valle che ne parlò nella sua corrispondenza da Costantinopoli, o negli scritti della Scuola Medica Salernitana risalenti al XIV secolo. La vera e propria diffusione del caffé a Napoli avvenne solo nei primi anni dell’800, quando comparve la figura del Caffettiere ambulante. Questo, con i suoi due tremmoni (contenitori) pieni di caffè e di latte, girava per le strade alle prime luci dell’alba, insieme a un cesto con tazze e zucchero. E’ sempre in quel periodo che in città iniziarono a comparire numerosi caffè (dove si incontravano gl’intellettuali per discutere di politica, di attualità, di pettegolezzi e di tanti altri svariati argomenti).


Ma il caffè per antonomasia fu il Gambrinus ubicato all’angolo di via Chiaia. Affrescato per la maggior parte da Caprile, accolse famosi personaggi politici come Crispi, e l’élite napoletana dei, Caracciolo, Pignatelli e tanti altri, nonché artisti e poeti tra cui anche D’Annunzio. Nei locali del Gambrinus nacquero celebri canzoni tra le quali “A Vucchella” di Gabriele D’Annunzio e Paolo Tosti.

Il caffè unito a panna e cioccolata, chiamato barbajata, fece la fortuna di Domenico Barbaja, impresario del Teatro San Carlo e scopritore di talenti come Rossini, Donizetti, Bellini e moltissimi cantanti lirici. Il famoso medico napoletano Giovan Battista Amati, intanto, affermava di  aver ottenuto utili risultati a curare le malattie degli occhi con i vapori del caffè, mentre per  Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino, il caffé era elemento indispensabile per chiudere tutti i pranzi importanti. Infine, nel 1845, il medico Gaetano Picardi, anch’egli appassionato consumatore, decise di scriverne una approfondita storia: Del Caffè. Racconto storico-medico.
Se per Charles Maurice de Talleyrand, nominato da Napoleone principe di Benevento un buon caffé doveva avere quattro qualità: (nero come il diavolo, caldo come l’inferno, puro come un angelo e dolce come l’amore), a Napoli oggi più che mai vale la regola delle tre C per un caffé perfetto: caldo, carico e comodo.

una curiositàanche se è sempre più obsoleto il galateo del caffé. Tra le regole di bon ton, quella di non servire agli ospiti il caffé a tavola, ma su un tavolino in soggiorno accompagnato da un dolce o da piccola pasticceria. Richiesto, inoltre, un bel servizio di porcellana con annessi piattino e sottopiattino su un vassoio elegante. Per chi si trova a bere il caffé, invece, il gesto di mescolare lo zucchero muovendo leggermente il cucchiaino dall’alto in basso e viceversa, e di berlo portando la tazza alle labbra con la mano destra mentre, con la sinistra, si tiene il piattino.

LA CAFFETTIERA NAPOLETANA
La caffettiera napoletana è uno dei tanti simboli della città che sta lentamente scomparendo dalle case dei napoletani(sempre se non è già scomparsa) sostituita dalla più pratica caffettiera “moka” oppure (anche se in maniera molto più ridotta) dalle eleganti macchine per l’espresso sempre più abordabili a livello di prezzo.
L’uso della caffettiera napoletana, non è complesso, tutto sta semplicemente nel fare un po’ di pratica iniziale.
Per quanto riguarda il sapore, o per meglio dire il gusto del caffè, è decisamente diverso ma credo che questo discorso rientri nello spazio dello strettamente soggettivo, per cui lascio ad ognuno di voi il compito o il piacere di gustare entrambi, in modo da poter formulare un proprio giudizio.
Per quanto riguarda invece i tempi, la caffettiera napoletana è quella che richiede il maggior impegno e dedizione.

La tradizione del caffè a napoli nn è solo  una questione di abitudine legata alla quotidianità della vita ma viene vista come una religione da professare.
Il caffè è un vero e proprio credo e fa parte della cultura partenopea fin dentro all' anima.
Ecco perché anche gli artisti attraverso romanzi, poesie, commedie teatrali e canzoni descrivono questa bevanda  come un vero culto.
Ecco come Eduardo de Filippo, nella sua commedia "Questi Fantasmi", scritta nel 1945, ci descrive la preparazione del caffè con la caffettiera napoletana:

«Sul becco io ci metto questo "coppitiello" di carta ... il fumo denso del primo caffè che scorre, che è poi il più carico non si disperde. Come pure ... prima di colare l'acqua, che bisogna farla bollire per tre quattro minuti, per lo meno, ... nella parte interna della capsula bucherellata, bisogna cospargervi mezzo cucchiaino di polvere appena macinata, ... in modo che, nel momento della colata, l'acqua in pieno calore già si aromatizza per conto suo.»







L’autore - attore De Filippo in “Natale in casa Cupiello” del 1931, inserisce una scena nella quale il protagonista, Luca, rimprovera la moglie Concetta che, secondo,lui, non è in gradi preparare un buon caffè:

- da “Natale in casa Cupiello”:
”Concè ti sei immortalata! Che bella schifezza che hai fatto! [  ] Non ti piglià collera Concè. Tu si una donna di casa e sai fare tante cose. Per esempio ‘a frittata c’ ’a cipolla, come la fai tu non la sa fare nessuno. È una pasticceria. Ma ‘o ccaffè non è cosa per te. [  ] Non lo sai fare e non lo vuoi fare, perché vuoi risparmiare. Col caffè non si risparmia. E’ pure la qualità scadente: chisto fete ‘e scarrafune...”.





            
Una testimonianza di quanto i Napoletani amino questa bevanda è data dalle numerose canzoni che ne decantano la bontà e ne rappresentano la ritualità nella città nell’arco dell’intera giornata. Basti citare qualche verso:
- da “’O cafè” di Modugno e Pazzaglia

Ah, che bellu ccafè!
Sulo a Napule 'o ssanno fá...
e nisciuno se spiega pecché
è na vera specialitá...
( Ah, che bel caffè/ solo a Napoli lo sanno fare/ e nessuno si spiega il perché/ è una vera specialità)
Pe' bevere 'o ccafè se trova 'a scusa:
Io ll'offro a n'ato e n'ato ll'offre a me...
Nisciuno dice "no" pecché è n'offesa:
só' giá seje tazze e sóngo appena 'e ttre...
( Per bere il caffè si trova una scusa/ io l’offro ad un altro ed un altro l’offre a me/ nessuno dice “no” perché è un’offesa; / sono già sei tazze e sono appena le tre)









- da “’a tazza ‘e cafè” di Capaldo e Fassone
Ma cu sti mode, oje Bríggeta,
tazza 'e café parite:
sotto tenite 'o zzuccaro,
e 'ncoppa, amara site...
Ma i' tanto ch'aggi''a vutá,
e tanto ch'aggi''a girá...
ca 'o ddoce 'e sott''a tazza,
fin'a 'mmocca mm'ha da arrivá!...
( Ma con questi modi, o Brigida/ mi sembrate una tazza di caffè/ sotto avete lo zucchero/ ma sopra siete amara…/ Ma io tanto giro/ e tanto giro.. (il cucchiaio)/ finchè il dolce che è sul fondo della tazza/ fino in bocca mi deve arrivare).






e come dimenticare " na tazzulell 'e cafè" di Pino Daniele





mercoledì 6 aprile 2011

Imago spectacularis

occhio nucleare: è un immagine frutto del mio lavoro creativo ed è il significato dell'inettitudine di fronte a ciò che è più grande di noi. Davanti a quell'immagine riflessa l'uomo non può nulla restando spettatore della conclusione del suo destino.



"Potrebbe essere il più grande spettacolo a cui potreste essere presenti,

il più incredibile artifizio umano,

il più luminoso fuoco da vedere a capodanno.

Sarebbe la scena più emozionante del film visto al cinema,

l'evento mediatico con maggior audience televisiva,

il titolo in prima pagina presente sul giornale di domani mattina,

il tutto esaurito dello spettacolo teatrale più atteso...

L' immagine che vedreste da vivi sarebbe un immagine spettacolare.



...e se fosse soltanto l'ultima immagine impressa nei vostri occhi?"

                                                          
                                                                      (Marco Savastano)



e se la morte non fa così tanto spavento a volte la vita sa farne molta...








Il nome di Černobyl divenne famoso in tutto il mondo dopo il 26 aprile del 1986 quando, in seguito a gravi errori del personale, irresponsabilità dei dirigenti ed errori di progettazione, durante l'esecuzione di un test nella locale centrale elettronucleare, nel corso di una simulazione di guasto al sistema di raffreddamento, le barre di uranio del nocciolo del reattore nucleare si surriscaldarono per davvero fino alla fusione del nocciolo del reattore n° 4, con due conseguenti esplosioni (non nucleari ma con effetto 100 volte superiore a quello di Hiroshima e Nagasaki, se messe assieme in termini di contaminazione ambientale), che fecero scoperchiare la copertura e disperdere nell'atmosfera grandi quantità di vapore contenente particelle radioattive. 

Si levò una nube radioattiva, che il vento portò in tutta Europa e che raggiunse il Mediterraneo nei successivi 14 giorni , riportando a terra con la pioggia le particelle radioattive, dove possono essere rilevate ancora oggi con un contatore Geiger a circa 10 centimetri sotto la superficie. Per due settimane, operai ed elicotteristi dell'aviazione russa ricoprirono il nocciolo fuso dall'alto, con sabbia a base di boro, silicati, dolomia e piombo, finché l'emissione di vapore radioattivo cessò sabato 10 maggio 1986.







Pripyat, 26-27 aprile 1986

Il reattore n°4 era esploso la notte prima, ma gli abitanti della città non vennero informati.
Gli operai della centrale che erano ancora ignari circa il disastro, il mattino seguente andarono regolarmente al lavoro poiché nessuno pensò ad avvisarli.
Mentre i cittadini conducevano la vita di tutti i giorni restando esposti a massicce dosi di radiazioni senza saperlo, gli esponenti governativi residenti in loco, tra i primi ad essere informati, avevano già provveduto a fare le valigie.
In un primo momento il governo comunista cercò in tutti i modi di nascondere la reale entità della catastrofe, mentendo spudoratamente alla popolazione e all’intera comunità internazionale.
Ma alla fine, quando la sirena suonò tutto fu tremendamente chiaro…
Quel giorno, i livelli ufficiali di radioattività a Pripyat avevano raggiunto 1 ROENTGEN/H , ma la gente dice fossero addirittura 7.
Tali livelli sono da considerarsi letali in entrambi i casi.
Le autorità sovietiche iniziarono ad evacuare la popolazione di Pripyat a partire dalla sera del 27aprile, 36 ore dopo l’incidente.
Giunsero da Kiev decine di autobus che trasferirono i civili verso luoghi più sicuri.
Nessuno era realmente conscio di ciò che stava accadendo. Decine di persone si soffermarono fino a tardi, la notte dell’esplosione, per ammirare la luce scintillante sopra il reattore.
I primi liquidatori furono coloro che vennero incaricati di prelevare i blocchi di grafite dal tetto  per gettarli a braccia dentro allo squarcio dove si trovava il reattore.
Il reattore continuò a bruciare per giorni e venne spento con l’ausilio di elicotteri che sganciarono tonnellate di boro, silicati, sabbia e dolomia, materiali particolarmente efficaci nella schermatura delle radiazioni.
Oggi Pripyat è una città fantasma.
A causa delle radiazioni, il territorio sarà precluso all’insediamento umano per almeno
450 anni.





















Le conseguenze sulla popolazione locale furono molto forti nelle prime fasi dell'incidente e durano ancora malgrado i decenni trascorsi.

Circa 350.000 persone furono evacuate dalla città e dalle zone adiacenti. Nonostante le radiazioni emesse durante quella catastrofe, la città, con 800 anni di vita, riuscì a sopravvivere, anche se mutilata. Vi risiedono ancora operai governativi, impegnati nella rimozione delle scorie nucleari. Circa 700 persone, per lo più anziani, hanno scelto di tornare alle loro case, incuranti del pericolo.

Nell'ottobre del 1988 si parlò di radere al suolo una parte della città a causa del forte inquinamento radioattivo, soluzione in seguito abbandonata per l'enorme quantitativo di particelle radioattive che si sarebbero sollevate assieme alle macerie degli edifici demoliti.

Il reattore distrutto fu ricoperto da una struttura di contenimento, chiamata sarcofago, e la centrale di Chernobyl è stata mantenuta in funzione a regime parziale e ha continuato a fornire energia elettrica alla città di Kiev fino all'anno 2000, quando l'ultimo reattore in esercizio è stato spento.